Quando arte e design si incontrano davvero, non si limitano a convivere: si trasformano a vicenda.
È ciò che accade quando un brand come Adrenalina, azienda di design, decide di collaborare con Casa Museo Remo Brindisi, uno spazio che unisce architettura, arte e visione utopica. Nasce così una collaborazione che non è semplice esposizione, ma un dialogo profondo tra linguaggi, epoche e intenzioni.
La nostra rivista ha avuto il piacere di intervistare Dario De Meo, art director di Adrenalina. Quello che segue non è solo un dialogo, ma un invito a vedere – e forse anche a sentire – il design con occhi diversi. Ecco cosa ci ha raccontato.

BA: Com’è nata la collaborazione tra Adrenalina e Casa Museo Remo Brindisi?
DD: La collaborazione è nata dall’incontro tra una sensibilità comune per la sperimentazione e l’arte come linguaggio trasversale. Adrenalina ha sempre cercato contesti che permettessero di uscire dai confini convenzionali dell’esposizione di prodotto, e la Casa Museo Remo Brindisi, con la sua natura fortemente identitaria e la visione avanguardistica del suo fondatore, ci è sembrata un’occasione perfetta per creare una narrazione nuova attorno agli oggetti.
BA: Cosa vi ha attratto di questo luogo e della figura di Remo Brindisi?
DD: La Casa Museo è un’opera totale: uno spazio che è al tempo stesso architettura, abitazione, contenitore di opere e manifesto culturale. La figura di Brindisi è altrettanto affascinante, per la sua capacità di unire arte, impegno civile e apertura al futuro. Ci ha colpito la sua visione di un’arte accessibile e integrata nella vita quotidiana, qualcosa che risuona fortemente anche nel nostro approccio al design.”
BA: Avendo esposto alcuni prodotti dell’azienda all’interno del museo, allo stesso modo di altre opere d’arte, crede che oggi il design possa essere considerato una forma di arte contemporanea? Oppure crede che esista un confine tra arte e design? Se sì, quale potrebbe essere secondo la sua esperienza?
DD: Il confine tra arte e design è sempre più poroso, soprattutto quando il design si carica di significati simbolici, culturali o emotivi. Credo che il design possa diventare arte nel momento in cui supera la mera funzione per raccontare una visione, evocare una riflessione o generare un’esperienza. Detto questo, è importante anche riconoscere le specificità di ciascun ambito: il design nasce con uno scopo funzionale, ma può elevarsi a linguaggio artistico se il contesto, la cura e l’intenzione lo permettono.
BA: C’è uno spazio della Casa Museo che l’ha toccata in modo speciale? Uno spazio o magari un’opera a cui si è particolarmente affezionato durante questa esperienza?
DD: Sì, lo spazio centrale a doppia altezza, con la scala che sembra sospesa nel vuoto e la luce che attraversa la struttura in modo quasi scenografico, ci ha colpito profondamente. È un luogo di passaggio ma anche di contemplazione, dove le opere sembrano dialogare tra loro e con chi le osserva. In quel contesto, anche i nostri arredi hanno trovato una nuova dimensione.

BA: Se Remo Brindisi fosse qui oggi, secondo lei cosa penserebbe di questa contaminazione?
DD: Vorrei pensare che l’avrebbe accolta con entusiasmo. La sua opera testimonia una visione aperta e inclusiva della cultura. L’idea di fondere arte, design, architettura e vita quotidiana era già presente nella sua Casa Museo: in fondo, stiamo solo proseguendo una conversazione che lui ha iniziato.
BA: Pensa che queste contaminazioni tra arte e design diventeranno sempre più comuni?
D: “Sì, lo stanno già diventando. Oggi non si parla più solo di prodotto, ma di esperienza, e questo porta il design a dialogare con altri linguaggi come l’arte, la musica, la tecnologia. Le collaborazioni interdisciplinari sono strumenti potenti per raccontare nuove storie e raggiungere pubblici diversi.”
BA: Ho visto un’altra collaborazione recente, quella con Museo Omero e Istituto Cavazza: è un linguaggio che pensate di mantenere nel futuro? Se sì, ci sono altre realtà con cui le piacerebbe lavorare con Adrenalina?
DD: Sì, è un linguaggio che vogliamo approfondire. Il progetto con il Museo Omero e l’Istituto Cavazza ci ha permesso di riflettere su un design realmente inclusivo (anche se il design dovrebbe essere già per sua natura inclusivo), capace di dialogare con la percezione tattile e sensoriale. Ci tengo sempre a precisare che la collaborazione è nata per progettare un prodotto con persone non vedenti e non progettare un prodotto per persone non vedenti, e questo è il tema principale della collaborazione. Adrenalina, come hai avuto modo di capire, sta sviluppando parallelamente alla sua collezione commerciale, una serie di incontri che permettano sia all’azienda sia agli enti coinvolti di creare connessioni, aprire domande a cui tentare di dare risposta, ma più in generale di provare, attraverso il design, a creare contaminazioni positive sul tessuto sociale del nostro territorio. Tutto questo nasce dalla forte volontà di trasformare gli spazi dell’essere umano in luoghi carichi di significato.

Parlare con Dario De Meo è stato come entrare in un nuovo mondo, dove la contaminazione non è più frenata dalla paura, ma al contrario si fa forza, trasformandosi in punto di partenza per nuove visioni. Un mondo in cui arte e design smettono di essere categorie da scegliere, e diventano linguaggi da intrecciare.
Forse si stanno davvero aprendo nuovi orizzonti.
E forse, finalmente, potremo smettere di tracciare confini.

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