Il colore è una presenza costante nella nostra vita: ci influenza senza che ce ne rendiamo conto, ci guida, ci calma, ci agita, ci rassicura e può persino alterare i nostri ricordi e le nostre percezioni. Eppure, quante volte ci soffermiamo davvero a riflettere sul suo impatto? Il potere dei colori spesso passa inosservato, sfuggendo all’attenzione della maggior parte delle persone. Proprio per questo ho avuto il piacere di confrontarmi con qualcuno che ha sempre dato grande importanza ai colori sin dalla giovane età: Pietro Zennaro.

Architetto, artista e filosofo, Zennaro ha conseguito la laurea in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV) e successivamente si è perfezionato in filosofia ed estetica all’Università di Padova. Ha insegnato presso l’Università IUAV di Venezia,  dove è stato cofondatore e vicedirettore del Corso di Laurea in Design Industriale e anche responsabile scientifico dell’Unità di ricerca IUAV “Colore e Luce in Architettura”. Ha insegnato e tenuto lezioni non solo in Italia ma anche all’estero e ha al suo attivo oltre 200 pubblicazioni.

MD: In una sua precedente intervista ha definito il colore “un campo minato poiché è un territorio privo di confini” e poi ha affermato che “l’unica definizione che mi sentirei di condividere è che il colore è cultura”. Sono due concetti molto interessanti che vorrei che sviluppasse maggiormente per comprendere meglio il suo pensiero riguardo al ruolo del colore.

PZ: Il colore può essere descritto come un campo minato perché la sua comprensione coinvolge una complessità di concetti scientifici, culturali e filosofici. Per un ricercatore, esplorare il fenomeno del colore significa affrontare una miriade di domande intrecciate, che spaziano dalla natura delle onde elettromagnetiche alla percezione visiva, fino al significato che le cromie assumono nelle diverse culture. Ogni disciplina scientifica o culturale adotta un linguaggio diverso per affrontare gli stessi interrogativi, rendendo l’approccio al fenomeno del colore frammentato e spesso arduo.

Al tempo stesso, il colore è privo di confini: come fenomeno fisico, appartiene all’universo delle onde elettromagnetiche, e come esperienza percettiva e culturale si evolve con il tempo e varia da una comunità umana all’altra. La sua onnipresenza nella cultura contemporanea lo rende un elemento strategico e indispensabile, capace di veicolare messaggi profondi, influenzare comportamenti, emozioni e il modo in cui interpretiamo il mondo costruito, come l’architettura, il design e l’arte.

Infine, il colore è cultura. Esso racchiude significati che cambiano in base alla latitudine, alla storia e alle circostanze. In un mondo dominato dalla tecnica, il colore continua a svolgere un ruolo primario nella costruzione del pensiero creativo e nella definizione dell’identità umana. Filosofi come Vilém Flusser sottolineano come il colore, nell’ambito della cultura mediatica, sia una chiave per comprendere il nostro presente, mentre autori come Galimberti riflettono sull’impatto della tecnica, la quale, sebbene fornisca strumenti innovativi, rischia di marginalizzare l’essere umano.

MF: Restando sempre sulle sue parole lei ha poi detto che “oggi il colore è per tutti e per nessuno”. Questa sua affermazione deriva dall’intimità, se così possiamo definirla, dei colori che si fanno scoprire e interpretare da occhi diversi che colgono aspetti, simboli e concetti diversi, oppure deriva da qualche altra sua esperienza o opinione?

PZ: L’affermazione che il colore oggi sia “per tutti e per nessuno” trae ispirazione dal titolo del libro di Nietzsche “Così parlò Zarathustra”, un libro per tutti e per nessuno, in cui si riflette sul superamento dei limiti (oltreuomo). Analogamente, il colore, pur essendo onnipresente, risulta spesso invisibile ai più, poiché percepito in modo distratto nella routine quotidiana. Come osserva W. Benjamin in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, l’architettura si coglie nella distrazione, ma il colore, diversamente, è un fenomeno instabile e mobile, in continua trasformazione in base al tempo e al luogo. La sua percezione, approssimativa e soggettiva, è mediata dal sistema oculo-cerebrale, plasmata da fattori ereditari ed esperienze personali, il che implica che ogni individuo percepisca colori differenti per la stessa superficie. Il colore influenza emozioni, comportamenti e sensazioni, con esiti talvolta comuni e altre volte unici.

Biologicamente, il colore è per tutti: percepiamo le cromie secondo la classificazione tricromatica (o, in rari casi, quadricromatica, escludendo eventuali patologie visive). Tuttavia, il colore si trasforma oltre la percezione: non resta tale, ma si traduce in segnali elettrici che attivano emozioni, movimenti, distrazioni o stati comportamentali, come il riconoscimento di un pericolo o la presenza di cibo. La visione, strumento adattativo, aiuta l’organismo a sopravvivere, riprodursi e interagire con l’ambiente.

Nel contesto contemporaneo, il colore diviene anche uno strumento di controllo. Potere, religione e mercato lo sfruttano per influenzare le masse, regolando comportamenti e desideri. In tal senso, il colore potrebbe essere descritto come “per nessuno”, svincolato dalla sfera individuale per servire scopi collettivi o sistemici. Rifacendosi al pensiero di Nietzsche in “Al di là del bene e del male”, si può immaginare un colore libero da tali vincoli, lasciando alla natura il compito di governare l’esistenza.

In definitiva, il colore è per tutti, come esperienza percettiva universale, ma anche per nessuno, quando diventa strumento di manipolazione, e il suo significato risiede nel sottile equilibrio tra natura, cultura e potere.

MF: Nel suo libro “Colore e luce in architettura: fra antico e contemporaneo” parla dell’evoluzione storico-culturale del colore che si dipana in 5 punti: colore sostanza, colore materiale, colore misura, colore cangiante, colore effimero. Potrebbe spiegare questi cinque concetti?

PZ: Ecco una sintesi del mio capitolo “Verso l’immaterialità cromatica delle architetture”:

– Il colore come problema scientifico: Viviamo immersi in contesti complessi, intrecciati tra fisico, percepito e metafisico. Tra gli elementi sempre presenti nella nostra realtà c’è il colore, fenomeno costante sia in veglia che in sonno, con o senza luce. Il colore non è solo una qualità liminare degli oggetti, ma una sensazione creata da fattori ambientali riconosciuti dall’occhio e interpretati dal cervello. Esso nasconde livelli e dimensioni diverse, sia negli effetti che nel significato.

Sebbene per ogni essere umano il colore sia una sensazione, ciò collide con l’approccio scientifico che lo analizza esclusivamente come rapporto tra lunghezze d’onda e cromie. Questo riduzionismo trova difficoltà a integrarsi con orientamenti fisiologici, psicologici e culturali che definiscono il colore. Superare la suddivisione cartesiana dei saperi richiede una visione trasversale tra discipline per formulare e testare ipotesi sul colore.

Come fenomeno visivo e culturale, il colore coinvolge processi vitali, psicologici, sociali e culturali. In architettura, il colore ha seguito l’evoluzione dalla solidità eterna alla de-materializzazione, adeguandosi ai cambiamenti delle società. Ha svolto ruoli fondamentali, da protettivo a comunicativo, adattandosi alle trasformazioni culturali, sociali e materiali del paesaggio umano.

– Colore sostanza: origine naturale. Nelle grotte di Lascaux, Altamira e altrove, l’uomo preistorico lasciò tracce grafiche che, protette dalle sostanze coloranti, resistono nel tempo. Questi pigmenti proteggevano le superfici dalla corrosione e rappresentavano simboli. Il colore, inteso come sostanza che genera cromie, ha avuto inizialmente una funzione conservativa ed estetica, come affermava Donghi nel 1920: “La coloritura migliora l’aspetto e preserva”. Per secoli, i materiali cromogeni derivarono da terre, piante e animali, considerati strumenti privi di significazione, applicati con mani o piedi.

Con il perfezionamento delle tecniche, il colore assunse un valore simbolico e culturale, celebrando entità e trasformazioni sociali. Quando non era più solo la sopravvivenza a dominare, il colore cambiò ruolo, acquisendo significati profondi e diventando un materiale espressivo e rappresentativo. Questa evoluzione segna il passaggio dall’uso funzionale a quello simbolico.

– Colore materiale: dall’essenza alla cultura. Un materiale, quando soggetto ad azioni esterne intenzionali, assume significati, trasformandosi in un’entità culturale. Anche i colori seguono questa regola: i loro nomi derivano da materiali, fenomeni naturali o eventi storici. Per esempio, il rosso varia da fuoco a porpora, sangue o amaranto, mentre il verde include sfumature come salvia o bile.

Il colore ha sempre avuto rilevanza sociale, distinguendo religioni, razze, gerarchie o ruoli. Simboli cromatici emergono in architettura e arti, come a Cnosso, nelle piramidi egizie o ville pompeiane. Artisti e architetti si confrontarono con formule complesse per ottenere risultati visivi unici. Nel

Medioevo il colore degli abiti indicava status sociale; indumenti rigati erano riservati agli emarginati.

Con l’avvento delle macchine, il colore diventa misurabile, segnando una nuova era dominata da precisione e organizzazione.

– Colore misura: l’intervento della scienza. Con l’evoluzione dell’uomo, la scienza e la tecnologia hanno assunto un ruolo essenziale, richiedendo la misurazione di ogni fenomeno, compreso il colore. Newton, con i suoi esperimenti sulla luce, rivoluzionò la comprensione del colore, riducendolo a uno spettro di frequenze cromatiche. Questo approccio cancellò secoli di tradizioni artigianali, con l’industria che uniformò tinture e tecniche.

Classificazioni scientifiche come il cerchio cromatico di Chevreul (1864) separarono colori primari e complementari, trasformando il colore in un costrutto misurabile. La distinzione tra cromatici e acromatici collocò bianco e nero in un limbo funzionale. Nell’architettura, l’uso decorativo del colore declinò, sostituito da superfici monocromatiche e geometriche. L’era del macchinismo enfatizzò l’impermanenza e il consumo, relegando il colore a un ruolo diverso, adatto a una società in rapido cambiamento.

– Colore cangiante: la comunicazione. McLuhan afferma che “il medium è il messaggio”. Nella società del consumo, i mezzi di comunicazione di massa usano il colore come veicolo principale per persuadere. Tuttavia, i colori non sono più quelli statici dei pittori e tintori, ma quelli generati da stampa, fotografia e neon. Anche l’architettura si adatta, utilizzando materiali artificiali come vetro e sintetici, creando nuovi paesaggi cromatici.

Il colore artificiale, legato a scienza e tecnologia, si dissocia dai ritmi naturali e biologici, dominando attraverso precisione informatica. Questo influisce anche sull’architettura, spinta verso minimalismo e dematerializzazione. I colori perdono i loro significati culturali e storici, ridotti a segnaletica per una società consumista, mentre la tecnica, sempre in evoluzione, sogna un mondo immateriale e mutevole, simbolo dell’effimero.

– Colore effimero: l’impermanenza. Il mondo artificiale si è ampliato, riducendo l’influenza della natura. I materiali sono divenuti leggeri e impermanenti, e l’architettura sembra concentrarsi sulla rappresentazione, non sulla forma. La tecnologia, dominando la progettazione, genera simulazioni del reale tramite schermi, LED e proiezioni, superando le capacità percettive umane. Gli schermi visualizzano milioni di colori, contro i 100.000 che l’occhio umano distingue.

Viviamo nell’epoca dell’imperio tecnico, dove i limiti sono superati continuamente. Il colore, ridotto a strumento d’intrattenimento e stupore, segue decisioni tecnologiche lontane dall’architettura. È caratterizzato da saturazioni e toni sempre crescenti, privato di durata o significati storici. Questa impermanenza rispecchia un’epoca priva di celebrazioni durature. Solo il pensiero artistico potrebbe contrastare il delirio tecnologico, ma oggi le prospettive appaiono incerte e inattuali (Zennaro, Architettura senza).

Il libro è uscito nel 2010, per cui andrebbe aggiornata la parte finale aggiungendo un nuovo punto che analizzi un mondo nato dalla confusione delle lingue e dalle pandemie.

MF: Qual è una delle lezioni più importanti sul colore che ha appreso in tutta la sua carriera?

PZ: Il colore mi appartiene da quando ero molto giovane, grazie all’esperienza vissuta con Eugenio Piazza (1890-1979), pittore e fotografo, che mi portava con sé quando andava a dipingere le vie crucis nelle chiese ricostruite dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il mio compito era aiutarlo nella preparazione dei colori, e da lì, quasi senza accorgermene, sviluppai un’attrazione fatale per il colore, un fascino che ancora oggi mi accompagna e che continua a stimolarmi.

Nel corso della mia carriera, ho esplorato il colore attraverso la pittura, l’architettura, il design, la ricerca scientifica in ambito accademico e la filosofia. Ho imparato a misurarlo, valutarlo, calcolarlo per comprenderne l’effetto sugli altri: dall’uomo qualunque descritto da Musil, fino agli individui contemporanei, sempre più immersi in tecnologie informatizzate. Ciò che ho capito è che il colore è un fenomeno inafferrabile, sfuggente, e che la nostra percezione è limitata (percepiamo circa fra 380 e 780 nm). Esistono animali e pesci che vedono più colori di noi, e forse qualcuno – ipotetico o reale – potrebbe percepire un’intera gamma di frequenze a noi invisibili. Mi sono spesso chiesto: quali colori ci sono tra zero nanometri e l’infinito della luce bianca? E che sensazioni potrebbero evocare? Provo una profonda invidia per gli ipotetici esseri che potrebbero farlo.

Questo mistero rende il colore un viaggio senza fine, una continua scoperta. È un po’ come essere seduti all’Osteria dei dadi truccati di Manfredo Massironi, un caro amico e maestro dell’Optical Art, che ho avuto l’onore di frequentare. Ogni incontro con il colore porta con sé nuove domande, nuove emozioni e nuove possibilità.

MF: Nel suo lavoro di docente, come riesce a trasmettere agli studenti l’importanza del colore nell’architettura in modo che possano sviluppare una sensibilità e una comprensione profonda del suo impatto? Quali esercizi o approcci trova più efficaci per insegnare l’uso consapevole del colore?

PZ: Negli ultimi corsi che ho tenuto, l’argomento principale era la progettazione ambientale, affrontata attraverso un lavoro laboratoriale in collaborazione con i colleghi di composizione architettonica. Prima di avviare il laboratorio, impartivo lezioni teoriche che integravano teoria, ricerca e simulazione progettuale del colore. Durante queste lezioni, fornivo agli studenti le basi metodologiche necessarie per esplorare personalmente tematiche relative alla teoria del colore, analizzando gli aspetti fisiologici, percettivi e psicologici. Per semplificare, introducevo il lavoro di Itten (i 7 contrasti cromatici: tra colori puri, complementari, di chiaroscuro, di quantità, simultaneo, caldo-freddo, di qualità) e di Lüscher, con il suo test psicologico che collega il colore alle emozioni e alla personalità. Venivano inoltre forniti cenni sulla storia del colore e sui metodi di classificazione cromatica in uso, come il NCS (Natural Colour System). Durante il laboratorio, gli studenti erano chiamati a risolvere attraverso combinazioni cromatiche, l’interazione tra colore, luce, forma e percezione, tenendo conto dell’inserimento degli edifici nel contesto ambientale circostante. I progetti dovevano utilizzare il colore come elemento strategico, mettendo in relazione le forme architettoniche con gli utenti e l’ambiente, considerando le caratteristiche specifiche del luogo (orografia, geografia, orientamento, ecc.), il benessere degli abitanti (storia, cultura, tradizioni, abitudini, ecc.) e la contemporaneità (materiali sostenibili, riciclabilità e circolarità). Poiché ho avuto frequentemente l’opportunità di lavorare come consulente per enti pubblici nella realizzazione di Piani del Colore, portavo gli studenti a fare esperienza sul campo, permettendo loro di sperimentare e verificare in vivo le teorie apprese. Questo approccio mirava a sviluppare una consapevolezza critica tramite la sensibilità cromatica, che non è innata, ma frutto di conoscenza. Purtroppo, gli studenti tendono a confondere l’estetica con il gusto personale, dando più spazio a opinioni soggettive (“mi piace”) piuttosto che a risposte fondate scientificamente. Per questo, gran parte dell’insegnamento si scontra con l’uso inconsapevole, casuale e modaiolo del colore nell’architettura ed in altri settori (alcuni risultati sono documentati in: Il piano del colore di Storo; Colore di facciata).

MF: Ha mai esplorato l’uso del colore in relazione all’accessibilità e all’inclusività? Ad esempio, come può il colore contribuire a rendere gli spazi più accoglienti per persone con disabilità visive o cognitive? Ha avuto esperienze particolari in cui ha cercato di risolvere queste problematiche attraverso scelte cromatiche?

PZ: Ho avuto l’opportunità di contribuire al progetto colore di alcune scuole primarie nel veronese e di scrivere articoli per diverse riviste. In queste esperienze scolastiche ho applicato i risultati delle mie ricerche accademiche, che hanno poi portato alla pubblicazione di un libro sull’argomento, “Il colore delle scuole”. In questi contesti, fondamentali per l’imprinting scolastico dei futuri cittadini, poiché è in tenera età che si plasmano carattere e sviluppo futuro, è cruciale considerare l’accessibilità e l’inclusività. Sono stato anche chiamato a far parte di un gruppo multidisciplinare che ha condotto una ricerca inglese sulla qualità degli spazi scolastici, ora riferimento fondamentale per la progettazione e riqualificazione delle scuole.

In tema di accessibilità, il colore gioca un ruolo essenziale, soprattutto nel wayfinding, mentre per l’inclusività, in particolare per le persone disabili, è importante utilizzare determinati colori e calibrare la saturazione in base alle necessità. Ad esempio, per favorire la socializzazione, si consiglia l’uso di colori caldi, come l’arancio, mentre per calmare soggetti agitati, sono più indicati i colori freddi (come l’azzurro o il verde, quest’ultimo da usare con cautela per evitare effetti contrari). Inoltre, l’impiego dei colori, spesso utilizzato in modo “creativo” con una varietà eccessiva di cromie o illuminazioni forti, è un campo che richiede esperienza. Il colore, infatti, agisce sulla percezione dello spazio, ampliandolo, restringendolo, avvicinando o allontanando pareti, soffitti, arredi, oggetti e così via. In tutte le mie esperienze progettuali, il colore è stato utilizzato come strumento di comunicazione, segnalazione e focalizzazione di particolari aree. Non vanno tralasciati, tuttavia, gli ultimi studi sulle neuroscienze, che stanno fornendo ulteriori avanzamenti sulle conoscenze cromatiche che pensavamo acquisite e che possono essere utili al progetto.

MF: Se dovesse definire il colore in tre parole come lo definirebbe?

PZ: Il colore è:

– cultura – perché “continua a svolgere un ruolo primario nella costruzione del pensiero creativo e nella definizione dell’identità umana”. Ogni cultura associa colori diversi a significati diversi (es. nel lutto in occidente si usa il nero e in Oriente il bianco);

– vitale – perché svolge una funzione biologica, trasmette segnali ed emozioni, influenza lo stato d’animo ed i comportamenti (es. nel design è utilizzato per evocare sensazioni e generare atmosfere);

– subdolo – ha il potere di influenzare le percezioni, emozioni e comportamenti. Possiede un’influenza inconscia sullo stato d’animo e sulle decisioni senza che ce ne rendiamo conto (attiva ormoni, adrenalina ecc.). Nel marketing, pubblicità e design i colori sono utilizzati per manipolare le emozioni dei consumatori che agiscono inconsapevolmente. La percezione cromatica è influenzata da fattori soggettivi, “ingannando” diversificatamente il percepito e l’interpretazione. Infine ha un effetto psicologico che molte volte è incontrollabile (es. il rilevamento dello spazio può variare radicalmente secondo il colore delle pareti, ingannando il fruitore che non è consapevole; ciò produce effetti sulla produttività, umore, benessere psicologico).

Autore

  • Sono una studentessa di Interior Design al primo anno presso NAD. Originaria di San Daniele del Friuli, ho conseguito il diploma presso un liceo classico. Sono una persona creativa, curiosa e solare, con una passione per la scoperta e l’informazione. Mi piace esplorare nuovi ambiti e dare spazio alla mia fantasia, cercando sempre di apprendere cose nuove che arricchiscano il mio percorso accademico e personale.

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